Da un documento d'archivio
Alpe Veglia «Case Paloschi» sopra Varzo
Da una memoria di don Gino Plazzer, rosminiano
Per noi Scolastici del Calvario, la gita all'Alpe Veglia è sempre stata una meta ambiziosa, non facilmente raggiungibile. Infatti, per arrivarci e tornare occorreva un po' più di mezza giornata, tempo massimo concesso per le grandi passeggiate: bisognava partire la sera della vigilia del giorno stabilito, dopo l'esame di coscienza, fare tutto il percorso a piedi per l'andata, onde poter essere di buon mattino sul posto e poterci stare fin dopo pranzo. Al ritorno ci era concesso il tratto di treno da Varzo a Domodossola. Non tutti si era di questa forza! Per cui: ecco avanzare la proposta dei Superiori Maggiori che concedessero la passeggiata di due giorni, onde rendere la passeggiata più agevole e alla portata di tutti.
Estate 1945: il sottoscritto ottiene un permesso di questo genere per un gruppo di scolastici buoni camminatori; permesso che poi il Padre Maestro don Giuseppe Sala estende a tutti. Quindi, partenza generale di tutti gli Scolastici per il Veglia, dove ci sistemiamo per la notte su di un fienile, tolti alcuni pochi privilegiati col padre maestro stesso che trovano da sistemarsi meglio. Il ritorno viene fatto la mattina del giorno dopo, salendo al Cistella e calando poi a Varzo, dove ci attende il treno per Domodossola con grande gioia di tutti. Ma l'appetito viene mangiando, come dice il proverbio; quindi ecco che nella:
Estate 1946: si vuole ripetere la bella impresa, ma con maggiore disponibilità di tempo, onde soffermarci più a lungo al Veglia e poterla esplorare in lungo e in largo non solo, ma arrampicarci sulle diverse cime che la coronano, superba fra tutte la vetta del Monte Leone. Il Padre Maestro don Giuseppe Sala scrive al Parroco di Varzo, che al Veglia possiede una casetta, chiedendogli di poterci ospitare per alcuni giorni. Ricordo che alla fine di luglio, appena rientrato con Rinaldo Nave dall'Ospizio di Biella, dove avevamo fatto l'assistente per tutto il mese, al Calvario si stava ancora attendendo la risposta del Parroco di Varzo. Io, in qualità di decano degli Scolastici, propongo al Padre Maestro una, due volte di fare una corsa per trattare di presenza col medesimo, ma inutilmente. Finché, nel timore che tutto vada a monte per l'imminenza della novena dell'Assunta, approfitto della bontà del Padre Maestro, in quel momento trattenuto a pranzo con un ospite in saletta e, rinnovando la mia richiesta, faccio presente l'urgenza e l'opportunità di una visione sul posto. Il Padre Maestro nicchia ancora, ma io mi inginocchio per la rituale benedizione prima di uscire di casa e, assieme all'amico Nave col quale mi ero precedentemente accordato, scendiamo di corsa al Collegio Rosmini dove, inforcate due biciclette, voliamo a Varzo in cerca del Parroco. Non c'è e nemmeno la casa sua al Veglia è disponibile, perché già occupata da altri, ci dice il suo Coadiutore. Ecco perché tardava la risposta, tanto attesa.
Per niente avviliti e sapendo che al Veglia stava passando un po' di vacanza l'Arciprete di Domodossola don Luigi Pellanda, saliamo immantinente da lui, sicuri di qualche suo appoggio. Infatti egli ci riceve con gran festa intrattenendoci a cena e poi a dormire nella casa della Dinamo (ora Enel), dove è solito essere ospitato egli stesso. Dopo cena, attraversando tutta la spianata della valle, ci porta da un certo sig. Paloschi, al quale ci presenta come inviati speciali del Rev.mo Padre Generale per trovare un posticino per un po' di vacanza degli studenti seminaristi del Calvario.
Qui bisogna chiarire bene il perché don Pellanda ci portò a colpo sicuro nella sua ricerca. Il sig. Paloschi, assieme alle due figlie nubili e già mature di anni ed anche molto pie, abitava in una bella e confortevole casa, vicino alla quale ne aveva costruito un'altra per una piccola comunità di Suore, ricavandone a piano terra un bellissimo oratorio per agevolare la pietà delle figlie. Dove ci sono delle Suore, infatti, non sarebbe mancata la S. Messa ed altre pie funzioni.
Purtroppo queste Suore ci rimasero pochi anni, preferendo spostarsi all'altra parte della valle (oggi il Rifugio CAI Arona, ndr), forse perché più comode e indipendenti. Fu un grave colpo per il sig. Paloschi, come mi disse espressamente, deluso per tanta ingratitudine.
Ciò premesso, è comprensibile la diffidenza con cui ci accolse quella sera. Ma dopo un po', sentendo che a cercare la casa eravamo una bella schiera di chierici accompagnati da un sacerdote a capo, senza tante pretese di comodità, e da parte sua sperando di vedere rifiorire l'opera per cui l'aveva costruita, si disse ben contento di poterci ospitare per tutto il tempo che volevamo, disposto anche a darci delle suppellettili per arredarla un poco. Dopo una rapida visita all'interno della casa a lume di candela (non c'era la corrente elettrica allora) e constatata la possibilità di poterci sistemare tutti per il dormire, riservata una bella sala da pranzo più un cucinino nello scantinato, restammo d'intesa col sig. Paloschi che saremmo ritornati al più presto a godere della sua generosa ospitalità, dopo reso conto della nostra visita al nostro padre rettore.
Tornammo con don Pellanda alla sua ospitale dimora, ove passammo la notte con grande emozione. La mattina, dopo aver assistito alla S. Messa nella chiesetta della vallata, salutando il caro Arciprete con mille ringraziamenti per la sua così efficace mediazione e declinando l'invito a prendere un po' di colazione (avremmo perso del tempo prezioso!), io e l'amico Nave ci precipitammo a grandi salti giù a Varzo, dove, inforcate nuovamente le biciclette, ci recammo in volata a Domodossola. Lasciate le bici in Collegio, salimmo di corsa al Calvario a recare al Padre Maestro la lieta notizia: una casa tutta a nostra disposizione per tutto il tempo che volevamo, con una magnifica cappella all'interno, dove poter svolgere con decoro le nostre pratiche di pietà e tante altre interessanti notizie. Fu decisa la partenza per il lunedì successivo di buon mattino; in giornata eravamo sul posto una bella compagnia di chierici, circa una ventina, col Padre Maestro don Giuseppe Sala, che ben presto si conquistò la fiducia e l'amicizia dei sigg. Paloschi, specie delle due figlie, tanto pie da essere solite recitare l'Ufficio Divino tutti i giorni come i preti. Si passò così una bella settimana, durante la quale i più scatenati poterono raggiungere le più alte cime che coronano la vallata, tra cui il Monte Leone, che supera i 3.500 metri sul livello del mare.
Ne nacque un interesse reciproco, che finì poi col disporre l'animo dei sigg. Paloschi ad accoglierci per tutti gli anni successivi, fino al punto di donarci non una ma tutte e due le case loro, dopo la morte del vecchio padre e nella impossibilità delle figlie, data l'età avanzata, di poterci tornare a passare le loro vacanze estive dalla loro città di Milano.
Questa la storia della casa del Veglia che la Divina Provvidenza ci ha fatto avere per le vacanze degli scolastici del Calvario.