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La storia del Rifugio

Le pagine che seguono riportano due documenti d'archivio: la memoria di don Gino Plazzer sulla scoperta della casa, e la descrizione dell'Alpe tratta dalla storia delle case rosminiane. In coda trovi invece la voce di oggi dell'associazione «Amici del Veglia».

Da un documento d'archivio

Fotografia in bianco e nero dell'Alpe Veglia negli anni Quaranta
L'Alpe Veglia in una fotografia d'epoca: il ponte di legno sul torrente e, sulla destra, la casa. Sullo sfondo il cerchio di monti che corona la conca.

Alpe Veglia «Case Paloschi» sopra Varzo

Da una memoria di don Gino Plazzer, rosminiano

Per noi Scolastici del Calvario, la gita all'Alpe Veglia è sempre stata una meta ambiziosa, non facilmente raggiungibile. Infatti, per arrivarci e tornare occorreva un po' più di mezza giornata, tempo massimo concesso per le grandi passeggiate: bisognava partire la sera della vigilia del giorno stabilito, dopo l'esame di coscienza, fare tutto il percorso a piedi per l'andata, onde poter essere di buon mattino sul posto e poterci stare fin dopo pranzo. Al ritorno ci era concesso il tratto di treno da Varzo a Domodossola. Non tutti si era di questa forza! Per cui: ecco avanzare la proposta dei Superiori Maggiori che concedessero la passeggiata di due giorni, onde rendere la passeggiata più agevole e alla portata di tutti.

Estate 1945: il sottoscritto ottiene un permesso di questo genere per un gruppo di scolastici buoni camminatori; permesso che poi il Padre Maestro don Giuseppe Sala estende a tutti. Quindi, partenza generale di tutti gli Scolastici per il Veglia, dove ci sistemiamo per la notte su di un fienile, tolti alcuni pochi privilegiati col padre maestro stesso che trovano da sistemarsi meglio. Il ritorno viene fatto la mattina del giorno dopo, salendo al Cistella e calando poi a Varzo, dove ci attende il treno per Domodossola con grande gioia di tutti. Ma l'appetito viene mangiando, come dice il proverbio; quindi ecco che nella:

Estate 1946: si vuole ripetere la bella impresa, ma con maggiore disponibilità di tempo, onde soffermarci più a lungo al Veglia e poterla esplorare in lungo e in largo non solo, ma arrampicarci sulle diverse cime che la coronano, superba fra tutte la vetta del Monte Leone. Il Padre Maestro don Giuseppe Sala scrive al Parroco di Varzo, che al Veglia possiede una casetta, chiedendogli di poterci ospitare per alcuni giorni. Ricordo che alla fine di luglio, appena rientrato con Rinaldo Nave dall'Ospizio di Biella, dove avevamo fatto l'assistente per tutto il mese, al Calvario si stava ancora attendendo la risposta del Parroco di Varzo. Io, in qualità di decano degli Scolastici, propongo al Padre Maestro una, due volte di fare una corsa per trattare di presenza col medesimo, ma inutilmente. Finché, nel timore che tutto vada a monte per l'imminenza della novena dell'Assunta, approfitto della bontà del Padre Maestro, in quel momento trattenuto a pranzo con un ospite in saletta e, rinnovando la mia richiesta, faccio presente l'urgenza e l'opportunità di una visione sul posto. Il Padre Maestro nicchia ancora, ma io mi inginocchio per la rituale benedizione prima di uscire di casa e, assieme all'amico Nave col quale mi ero precedentemente accordato, scendiamo di corsa al Collegio Rosmini dove, inforcate due biciclette, voliamo a Varzo in cerca del Parroco. Non c'è e nemmeno la casa sua al Veglia è disponibile, perché già occupata da altri, ci dice il suo Coadiutore. Ecco perché tardava la risposta, tanto attesa.

Per niente avviliti e sapendo che al Veglia stava passando un po' di vacanza l'Arciprete di Domodossola don Luigi Pellanda, saliamo immantinente da lui, sicuri di qualche suo appoggio. Infatti egli ci riceve con gran festa intrattenendoci a cena e poi a dormire nella casa della Dinamo (ora Enel), dove è solito essere ospitato egli stesso. Dopo cena, attraversando tutta la spianata della valle, ci porta da un certo sig. Paloschi, al quale ci presenta come inviati speciali del Rev.mo Padre Generale per trovare un posticino per un po' di vacanza degli studenti seminaristi del Calvario.

Qui bisogna chiarire bene il perché don Pellanda ci portò a colpo sicuro nella sua ricerca. Il sig. Paloschi, assieme alle due figlie nubili e già mature di anni ed anche molto pie, abitava in una bella e confortevole casa, vicino alla quale ne aveva costruito un'altra per una piccola comunità di Suore, ricavandone a piano terra un bellissimo oratorio per agevolare la pietà delle figlie. Dove ci sono delle Suore, infatti, non sarebbe mancata la S. Messa ed altre pie funzioni.

Purtroppo queste Suore ci rimasero pochi anni, preferendo spostarsi all'altra parte della valle (oggi il Rifugio CAI Arona, ndr), forse perché più comode e indipendenti. Fu un grave colpo per il sig. Paloschi, come mi disse espressamente, deluso per tanta ingratitudine.

Ciò premesso, è comprensibile la diffidenza con cui ci accolse quella sera. Ma dopo un po', sentendo che a cercare la casa eravamo una bella schiera di chierici accompagnati da un sacerdote a capo, senza tante pretese di comodità, e da parte sua sperando di vedere rifiorire l'opera per cui l'aveva costruita, si disse ben contento di poterci ospitare per tutto il tempo che volevamo, disposto anche a darci delle suppellettili per arredarla un poco. Dopo una rapida visita all'interno della casa a lume di candela (non c'era la corrente elettrica allora) e constatata la possibilità di poterci sistemare tutti per il dormire, riservata una bella sala da pranzo più un cucinino nello scantinato, restammo d'intesa col sig. Paloschi che saremmo ritornati al più presto a godere della sua generosa ospitalità, dopo reso conto della nostra visita al nostro padre rettore.

Tornammo con don Pellanda alla sua ospitale dimora, ove passammo la notte con grande emozione. La mattina, dopo aver assistito alla S. Messa nella chiesetta della vallata, salutando il caro Arciprete con mille ringraziamenti per la sua così efficace mediazione e declinando l'invito a prendere un po' di colazione (avremmo perso del tempo prezioso!), io e l'amico Nave ci precipitammo a grandi salti giù a Varzo, dove, inforcate nuovamente le biciclette, ci recammo in volata a Domodossola. Lasciate le bici in Collegio, salimmo di corsa al Calvario a recare al Padre Maestro la lieta notizia: una casa tutta a nostra disposizione per tutto il tempo che volevamo, con una magnifica cappella all'interno, dove poter svolgere con decoro le nostre pratiche di pietà e tante altre interessanti notizie. Fu decisa la partenza per il lunedì successivo di buon mattino; in giornata eravamo sul posto una bella compagnia di chierici, circa una ventina, col Padre Maestro don Giuseppe Sala, che ben presto si conquistò la fiducia e l'amicizia dei sigg. Paloschi, specie delle due figlie, tanto pie da essere solite recitare l'Ufficio Divino tutti i giorni come i preti. Si passò così una bella settimana, durante la quale i più scatenati poterono raggiungere le più alte cime che coronano la vallata, tra cui il Monte Leone, che supera i 3.500 metri sul livello del mare.

Ne nacque un interesse reciproco, che finì poi col disporre l'animo dei sigg. Paloschi ad accoglierci per tutti gli anni successivi, fino al punto di donarci non una ma tutte e due le case loro, dopo la morte del vecchio padre e nella impossibilità delle figlie, data l'età avanzata, di poterci tornare a passare le loro vacanze estive dalla loro città di Milano.

Questa la storia della casa del Veglia che la Divina Provvidenza ci ha fatto avere per le vacanze degli scolastici del Calvario.

Da un documento d'archivio

L'incanto dell'Alpe

Quest'incanto fu ben descritto dal nostro prof. Renzo Mortarotti (fratello rosminiano, ndr) in «Itinerari Ossolani». Varzo è la porta d'accesso all'Alpe Veglia. Fino ad alcuni anni or sono chi voleva accedere, doveva affrontare 6 ore di cammino da questo capoluogo della Valle Divedro o del Sempione; così l'affrontarono i nostri padri e le camerate del Collegio Mellerio Rosmini. Oggi, fino a S. Domenico, si può arrivare con una strada asfaltata che termina in un pianoro con ville ed alberghi. Dopo di che, chi vuole raggiungere l'Alpe, segue un sentiero (o una mulattiera percorribile, abusivamente, in «geep») che si arrampica fino alla cappella del Groppallo; poi, fattosi piano, taglia a mezza costa con agili serpentine il versante sinistro dell'orrida gola. Ora appare l'alpe dall'austera bellezza e dell'incanto, alpe definita dal Mortarotti: «lago di verde» e «gigantesco anfiteatro naturale, chiuso da un cerchio di monti solenni».

«L'alpe sa toccare, con mano maestra, tutte le corde dell'animo umano; può rasserenarci ed impaurirci, farci sorridere e piangere, estasiare ed atterrire; varietà di affetti, che deriva dalla varietà delle forme. Interlocutori sono le acque, il vento, le valanghe, i sonagli ed i muggiti delle mandrie, i sassi che perdono l'equilibrio e rotolano dai monti superbi. Le scene mutano lentamente col mutare delle stagioni, ma è durante l'estate che sono più vive ed attraenti, quando, di solito, arrivano i nostri lassù, nei mesi di luglio, agosto e settembre».

Sovrano assoluto di quest'alpe è il Monte Leone, che domina dall'alto dei suoi 3554 m. L'Alpe Veglia non è fatta per tutte le età, anche oggi. È la meta preferita dei giovani sotto i 50 anni. Per questi il fascino di attrazione è incredibile. Dicono di vivere lassù la vita semplice, naturale, tanto vicina a Dio, perché lontana dalla moderna civiltà. Lo dicono anche i giovani, e non par vero! Dicono pure — forse con un po' di esagerazione — che lassù, unica legge è quella della giungla.

(da: G. Airaudo, Vita della Provincia Italiana dell'Istituto della Carità, volume II «Le case rosminiane in Italia», 1993)

Un nuovo passo per la casa, nasce il Rifugio Rosmini

Nel mese di Marzo 2026 è stata costituita l'associazione «Amici del Veglia» con sede in Milano. I fondatori sono quasi tutti di origini milanesi, come l'ing. Carlo Paloschi che aveva progettato e fatto costruire la casa all'Alpe Veglia e le cui spoglie riposano al cimitero monumentale di Milano. Sempre milanese è il legame che si è mantenuto tra questa casa e la nuova proprietà, che negli anni '70 del secolo scorso è passata all'Istituto della Carità dei padri rosminiani, che appunto in Milano avevano fondato la parrocchia di Santo Spirito nel quartiere Città Studi, per volontà dell'allora arcivescovo Montini e che ancora oggi sono presenti al quartiere gallaratese con la parrocchia Beato Rosmini. La parrocchia Santo Spirito è stata la prima a portare all'Alpe Veglia giovani e col passare degli anni anche molti gruppi famiglie sono saliti per trascorrere giorni di fraternità e vita comune. Per decenni hanno quindi raggiunto l'Alpe Veglia padri e giovani in formazione dall'Italia, India, Inghilterra, U.S.A., Africa, Venezuela e sono stati accolti tanti gruppi, oratori, famiglie di opere o provenienze non solo legate direttamente a parrocchie rosminiane. Oggi questa casa conosce un capitolo nuovo della propria storia: i padri rosminiani, mantenendo la proprietà, affidano la conduzione di questa casa da utilizzare in autogestione all'associazione «Amici del Veglia».

Con alcuni amici ci siamo domandati se fosse possibile regalare ancora — a quanti volessero un tetto in un parco naturale stupendo — la possibilità di stare insieme nella sobrietà di una struttura fondamentalmente essenziale ma capace di farti condividere il contatto immediato con la natura e le relazioni, senza intermediazioni o filtri particolari. Ci siamo risposti di SI, ne valeva la pena... Vivere semplice in un mondo dove se si rompe una cosa la cambi, non l'aggiusti, come primo pensiero. Vivere insieme, dove i telefoni che ci dividono, non servono, non funzionano e lavi i piatti meglio che la tua lavastoviglie di casa appena cambiata. Lo facciamo, senza scopo di lucro: ciò che viene incassato, se avanza dalla copertura delle spese vive, servirà per alcuni piccoli accorgimenti. In un mondo pieno di conflitti quotidiani e globali a tanti livelli, un rifugio che, semplicemente, offre un po' di pace non per estraniarsi dal mondo ma per aiutarci a viverlo diversamente: bambini, adulti.

Lo facciamo grati per la fiducia e l'eredità preziosa ricevuta dai padri ed in particolare da Gregorio, che il 7 Giugno 2026 abbiamo nominato primo «socio onorario».

Le normative ci hanno richiesto di dare un nome a questo «rifugio alpino non gestito» (configurazione ufficiale): ci è sembrato naturale intitolarlo a Rosmini. È il primo rifugio in Italia ad essere a Lui intitolato, mentre molti sono intitolati al Suo amico Antonio Stoppani, primo presidente del C.A.I. – Milano. In vita Rosmini ha espresso il Suo profondo pensiero in oltre 100 libri, sappiamo che amava passeggiare sulle rive del lago Maggiore con il Suo amico Manzoni... ma non abbiamo trovato particolari pagine sulla montagna.

Forse è un segno: lasciamo a Voi che avete abitato questa casa di continuare a scrivere pagine di fraternità e amicizia, da Milano a Bergamo, da Cremona a Roma, da Covo a Montecompatri e chissà quanti gruppi, «da ogni dove», possono scrivere pagine nuove.

Noi siamo pronti e Vi chiediamo di sostenere questo progetto.

Associazione «Amici del Veglia»